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Interruzioni di gravidanza e consultori, maglia nera alle Marche

Dopo un'inchiesta, arriva l'interrogazione di Ricciatti (SEL) al ministro Lorenzin: "Ancora troppe criticità"

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Lara Ricciatti

Dopo quarant’anni il diritto delle donne a scegliere se proseguire o meno una gravidanza continua ad essere una corsa ad ostacoli. Sorprendente il dato negativo delle Marche”. Lo afferma l’on. Lara Ricciatti (Sel), che ha presentato mercoledì mattina, 16 settembre, una interrogazione parlamentare, rivolta al ministro della Salute, per chiedere quali misure di indirizzo, ed eventualmente di carattere normativo, intenda adottare affinché diventi effettivo il diritto di accedere al percorso di interruzione volontaria di gravidanza in modo libero e presso strutture laiche ed efficienti.

L’interrogazione della deputata di Sel prende le mosse da una inchiesta del settimanale l’Espresso che fa un bilancio sui 40 anni di vita della legge sui consultori familiari, sottolineando diverse criticità come il deficit di strutture pubbliche, sopperito dalla diffusione di strutture private di indirizzo cattolico; l’obiezione di coscienza e la difficoltà per molte donne di accedere all’interruzione volontaria di gravidanza; la sovrapposizione e la collaborazione tra associazioni pro-vita (contrarie all’aborto) e strutture pubbliche.

Dall’inchiesta è emerso anche il dato – definito “eclatante” – delle Marche, dove in ordine ai colloqui per l’interruzione volontaria di gravidanza, viene rilasciato solo un certificato per ogni 12,3 donne che lo hanno chiesto.

Un dato che assegna ancora una volta la maglia nera alla nostra regione su questo tema – commenta Ricciatti, che era già intervenuta in passato sul caso dei volantini choc anti abortisti presso il consultorio di Jesi –, e che segna una inaccettabile distanza tra il diritto di determinazione delle donne e il suo effettivo riconoscimento. Una situazione che mi auguro spinga finalmente ad una riflessione anche il livello politico regionale”.

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