Dieci anni dal sisma. Anni di lavoro anche per la tutela del patrimonio culturale
La testimonianza di chi ha operato e opera nelle province di Ascoli Piceno, Fermo e Macerata

Arch. Giovanni Issini – Soprintendente Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Ascoli Piceno, Fermo e Macerata.
La ricorrenza dei dieci anni trascorsi dagli eventi sismici del 24 agosto 2016 rappresenta innanzitutto un momento di ricordo delle vittime e di vicinanza ai feriti, agli sfollati e alle comunità, la cui quotidianità è stata improvvisamente e profondamente sconvolta.
Forse per molti quei giorni dell’emergenza possono sembrare lontani, ma per le comunità, gli enti e gli operatori impegnati da allora nel graduale e complesso processo di ricostruzione, quegli eventi sono ancora realtà tangibile con cui confrontarsi quotidianamente.
La forma più concreta per sostenere i nostri territori nel processo di rinascita è una sola: garantire il massimo impegno, mettere in campo le migliori professionalità e assicurare continuità d’azione, affinché ciascun ente, nell’ambito delle proprie competenze, possa contribuire a una ricostruzione attenta, lungimirante e all’altezza delle aspettative. Un compito che richiede di misurarsi ogni giorno con la complessità e l’ampiezza dei danni subiti.
Come Soprintendenza territorialmente competente per le aree del cratere sismico in cui il patrimonio culturale ha riportato le conseguenze più gravi, siamo quotidianamente al fianco degli enti, dei proprietari e dei progettisti per individuare le soluzioni di intervento più appropriate, conciliando le esigenze di una ricostruzione sicura e sostenibile con la tutela dei valori storico-artistici e paesaggistici che definiscono l’identità e la qualità di questi territori.
Ricordare significa anche rinnovare, ogni giorno, la responsabilità di prenderci cura di questi luoghi e delle comunità che li abitano, facendo tesoro dell’esperienza maturata in questi anni per affinare strumenti, competenze e modalità di intervento. Una responsabilità che ci motiva a crescere insieme ai territori, rafforzando la capacità di prevenire e ridurre gli effetti di eventi così devastanti sul patrimonio culturale, anche attraverso una gestione attenta e continuativa e una più sistematica programmazione delle attività di manutenzione e conservazione.
Proprio per dare voce e riconoscimento a quanti, fin dalle prime ore successive al sisma, si sono messi al servizio dei territori colpiti, abbiamo scelto di condividere le testimonianze di due colleghi funzionari. Insieme a tanti altri professionisti giunti da tutta Italia, hanno lavorato sul campo per prendersi cura di un patrimonio culturale profondamente ferito: accertando e documentando i danni, recuperando e trasferendo nei depositi i beni culturali mobili e contribuendo alla messa in sicurezza del patrimonio architettonico.
Di Seguito il racconto di Annalisa Conforti – Architetto Sabap AP FM MC
Dentro l’emergenza: salvare il patrimonio, insieme
Subito dopo la prima scossa, noi del personale del Ministero della Cultura delle Marche preposto alle emergenze — la struttura dell’UCCR, l’Unità di Crisi Regionale Marche— ci siamo attivati immediatamente al fianco della Protezione Civile e dei Vigili del Fuoco per eseguire i primi sopralluoghi e stimare l’entità dei danni. Negli anni precedenti, il Segretariato Regionale del MiC per le Marche aveva promosso diverse esercitazioni, ma trovarsi di fronte alla devastazione di Arquata del Tronto ha provocato in tutti noi un momento di profondo sconforto e tristezza. Tuttavia, la squadra dell’UCCR era ben preparata: ognuno sapeva esattamente cosa fare e ci siamo messi subito in moto per il recupero e la messa in sicurezza dei beni, oltre che la stima e la messa in sicurezza dei monumenti storici.
Ricordo con grande forza lo spirito di squadra e la dedizione di tutte le forze sul campo: dai Vigili del Fuoco ai Carabinieri del Nucleo TPC, fino al personale della Protezione Civile. All’interno dell’UCCR ogni persona aveva un ruolo ben preciso, sia in ufficio per la gestione logistica, l’organizzazione dei sopralluoghi e la contabilizzazione economica dei lavori e degli spostamenti, sia direttamente nelle zone colpite per i primi interventi di pronto intervento e di recupero delle opere. L’ingente quantità di lavoro ha spinto molti dipendenti del MiC di altri uffici marchigiani a offrirsi spontaneamente volontari per darci una mano. Un altro aspetto fondamentale è stata la solidarietà dei colleghi, giunti da ogni parte d’Italia nel giro di poche settimane per aiutarci a gestire l’emergenza.
Un ricordo nitido di quel periodo è stata la sensazione di essere all’interno di un vortice: le cose da fare erano tantissime e la paura di non riuscire ad arrivare in tempo a soccorrere il territorio era costante, visto l’incombere dell’inverno. Allo stesso tempo, è stata un’esperienza di immenso accrescimento personale. Mi ha colpito profondamente il confronto con la popolazione locale: persone che avevano perso la propria casa, ma che erano comunque pronte a dare una mano pur di salvare dalle macerie il patrimonio storico, ovvero l’identità e la storia della propria comunità.
Per due anni, il gruppo del Ministero della Cultura delle Marche ha lavorato senza sosta, nonostante le difficoltà e il continuo ripetersi delle scosse (dopo gli eventi sismici di ottobre 2016, il territorio marchigiano colpito si è enormemente ampliato e si è dovuto praticamente ricominciare da capo con le attività). Siamo riusciti a mettere in salvo migliaia di opere d’arte — compresi oggetti dal grande valore simbolico per le comunità locali — e a mettere in sicurezza numerosissimi monumenti. Un’ultima immagine che vorrei condividere, e che porto con me con profonda emozione, è la commozione negli occhi della gente al momento della restituzione delle prime opere d’arte restaurate. Vedere le persone ritrovare i propri simboli e i tasselli della propria storia è stato il senso più autentico di tutto il nostro lavoro. Oggi resta la consapevolezza di aver superato una prova immensa grazie a una forza collettiva straordinaria.
La Testimonianza di Pierluigi Moriconi, Storico dell’arte e Funzionario Sabap AP FM MC.
Salvare la memoria: dalle macerie al ritorno a casa
Era il 24 agosto 2016 quando, alle 3.36, la terra squarciò l’Appennino centrale. Le scosse del 26 e del 30 ottobre allargarono ulteriormente quella ferita. Insieme alle case crollò anche una parte della memoria dei nostri territori: chiese, tele, statue, affreschi e opere che raccontavano secoli di storia e di identità.
Più della metà dei danni al patrimonio culturale dell’intero cratere interessò le Marche. Mi sono trovato, in quei giorni, a vivere in prima persona quella emergenza, all’interno dell’Unità di crisi, occupandomi del recupero dei beni culturali mobili e degli affreschi.
La macchina dei soccorsi partì il 28 agosto e proseguì, senza fermarsi, per due lunghi anni, insieme a noi c’erano i Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale, i Vigili del Fuoco e la Protezione Civile. Per ogni bene recuperato realizzavamo una fotografia e una scheda di documentazione: alla fine furono più di quattordicimila.
Tra i tanti ricordi che porto con me ce n’è uno in particolare. A pochi giorni dalla prima scossa, un anziano sfollato di Arquata del Tronto ci chiese di salire alla parrocchiale dell’Annunziata. Non aveva più nulla, ma ci implorò di salvare il crocifisso del Santissimo Salvatore, il patrono del paese: “Per noi è troppo importante”. Riuscimmo a recuperare quel magnifico manufatto ligneo del Duecento, oggi restaurato, appena in tempo. Pochi mesi dopo, con le scosse di ottobre, la chiesa venne rasa al suolo. Quel crocifisso, invece, era salvo.
Ma a quel punto si pose una domanda fondamentale: dove mettere al sicuro una quantità così grande di opere? E, soprattutto, come rassicurare le comunità che temevano che le loro Madonne, i loro santi e le loro opere potessero non fare più ritorno?
Una risposta importante arrivò dal Comune di Ancona, che con grande generosità mise a disposizione un ampio spazio presso la Mole Vanvitelliana. Nel Lazzaretto vanvitelliano furono accolte circa 2.500 opere che avevano riportato i danni più gravi. Su quel modello nacquero altri nove depositi, tra Camerino, San Severino, Macerata, Fermo e Ascoli, tutti finanziati dal Ministero della Cultura: un’esperienza, per molti aspetti, senza precedenti.
Grazie ai fondi del Ministero della Cultura, la Soprintendenza ha potuto avviare il restauro di numerose opere, affidandosi alle migliori professionalità del territorio. Molti beni sono già tornati nei loro luoghi d’origine o sono stati collocati in spazi espositivi temporanei, in attesa che vengano restaurati gli edifici di culto ai quali appartenevano. Penso, ad esempio, alle opere provenienti dalla Chiesa di Santa Maria delle Vergini di Macerata, tutte restaurate o in corso di restauro e oggi visibili presso i Musei Civici di Macerata, o all’allestimento temporaneo della mostra “L’identità ritrovata” presso l’edificio Rotary di Arquata del Tronto.
Da questa esperienza sono nate anche le nuove linee guida nazionali sui depositi per i beni culturali: ciò che abbiamo sperimentato sul campo può oggi diventare un modello per altre regioni, che stanno predisponendo, “in tempo di pace”, luoghi adeguati ad accogliere e proteggere il patrimonio in caso di emergenza.
Dieci anni dopo, vedere i beni culturali tornare nei loro territori è la soddisfazione più grande. Ogni opera restituita non è soltanto un oggetto salvato e restaurato: è un frammento di memoria che torna alla propria comunità, un pezzo di identità che viene riconsegnato alla sua storia. È anche il segno concreto di un lavoro che, spesso lontano dai riflettori, non si è mai fermato.
dal Ministero della Cultura



















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