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Elezioni 2022, crisi PD. Mangialardi: “Sanare frattura tra centrosinistra e fasce popolari”

L'analisi del Capogruppo dem al Consiglio Regionale Marche: "Ricostruire questo legame spezzato non sarà facile"

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Maurizio Mangialardi

Non è il momento della caccia all’uomo, della ricerca smodata di un capro espiatorio. Ma la sconfitta subita, nelle Marche come nel resto del Paese, va compresa e analizzata in ogni sua piega, se davvero vogliamo correggere gli errori compiuti e dare un futuro al Partito Democratico, iniziando a costruire da subito non solo un’opposizione dura e integerrima a questa destra, ma soprattutto una vera alternativa a essa.

Non ci sono dubbi che il naufragio del cosiddetto campo largo abbia agevolato la vittoria della destra. Va dato atto al segretario Enrico Letta di averci provato fino in fondo, anche se forse, in particolar modo dopo lo strappo consumato unilateralmente da Carlo Calenda, un canale di dialogo con Giuseppe Conte avrebbe potuto essere ripristinato.

Personalmente, sono convinto che sarebbe stata un’idea saggia e intelligente provare a riaprire la porta chiusa troppo frettolosamente in faccia al Movimento 5 Stelle nel momento della caduta del governo Draghi. Lo dico tenendo in considerazione anche la positiva esperienza del governo giallo-rosso, di cui il Partito Democratico era stato serio protagonista durante la difficilissima fase dell’emergenza pandemica. Una parentesi troppo breve che, a mio avviso, aveva saputo raccogliere giudizi positivi non solo per gli importanti risultati raggiunti, tra cui la sottoscrizione degli storici accordi europei sul Recovery Fund del luglio 2020, ma anche per la capacità di dare un’impronta popolare all’azione dell’esecutivo.

Credo che quel percorso avrebbe meritato di essere rilanciato all’interno di un’alleanza politico-programmatica, democratica e progressista, includendo perfino i partiti di Calenda e Renzi grazie al recupero di alcuni contenuti sociali dell’Agenda Draghi. Probabilmente, stante la legge elettorale con cui siamo andati a votare, avremmo oggi raccontato un risultato ben diverso da quello uscito dalle urne.

Di ciò si dovrà tener conto per capire quale sia il punto di partenza da cui ripartire per sanare la drammatica frattura venutasi a creare negli ultimi dieci anni tra il centrosinistra e ampi settori di fasce popolari che, non da oggi, continuano a riversare il loro voto a destra, come dimostra plasticamente l’ascesa conseguita nello stesso periodo da forze populiste come il Movimento 5 Stelle della prima ora, poi dalla Lega e infine da Fratelli d’Italia.

Detto in altri termini, è urgente uscire da quella contrapposizione, che oggi (27/09 ndr) Michele Serra individua efficacemente su “La Repubblica”, tra “la sapienza del Palazzo e l’emotività popolare”. Una contrapposizione che il Partito Democratico ha fatto propria troppo a lungo, perdendo verticalmente consenso in quella parte di società che dovrebbe fisiologicamente cercare e pretendere risposte dalla sinistra di fronte a problemi strettamente attuali come la disoccupazione, il lavoro precario, il progressivo svuotamento dello Stato sociale, l’inflazione che falcidia il potere d’acquisto dei redditi fissi, la pressione fiscale che colpisce principalmente le piccole attività artigiane e commerciali, la devastazione ambientale, la fuga dei giovani all’estero.

Bisogna essere sinceri: ricostruire questo legame spezzato non sarà facile, né, per farlo, sarà possibile ricorrere a scorciatoie. Occorreranno tempo e passione, ma soprattutto idee che sappiano restituire al Partito Democratico un’identità politica chiara. Identità che purtroppo si è smarrita, rispetto al progetto iniziale, ed è stata pagata a caro prezzo sia in termini elettorali che di vitalità sociale.

Iniziare a ricostruire, dunque, ma partendo da dove? Intanto quanto di buono questo partito sa già ora esprimere nei territori con i propri sindaci e i propri amministratori locali. Una classe dirigente che sostanzialmente ovunque rappresenta un qualificato patrimonio di competenze e sa interpretare una proposta credibile di buon governo, come fotografano i risultati elettorali delle elezioni amministrative che, proprio qui nelle Marche, hanno restituito al centrosinistra città importanti come Jesi e Fabriano. A tal proposito, mi sembra di ottimo auspicio l’elezione in Parlamento di Augusto Curti, ex sindaco di Force.

Ciò, tuttavia, non può essere sufficiente. Occorre che il Partito Democratico torni a essere presente e a vivere nella società, come lo erano quelle culture politiche laiche e cattoliche che rappresentano le nostre radici. Non si scambi ciò per nostalgia. Nessuno sottovaluta i profondi cambiamenti che hanno mutato non solo le forme e gli strumenti della comunicazione politica, ma anche lo stesso modo di dispiegare l’azione di partiti e movimenti. Ma non si faccia neppure finta di non vedere come questa sorta di modernità ineluttabile abbia reso aridi i rapporti tra la politica e le persone, fino a diventare una vera e propria barriera. Una barriera che va urgentemente rimossa se vogliamo vincere la sfida del rilancio di un partito aperto e plurale che sia di nuovo luogo di incontro, confronto, dialogo e partecipazione, in una parola: comunità. È l’unica via per tornare a parlare al Paese.

Maurizio Mangialardi
Capogruppo regionale del Partito Democratico – Assemblea Legislativa delle Marche

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