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Animali d’affezione e lotta al randagismo, “grave passo indietro nelle Marche”

La senatrice Silvana Amati: "le modifiche alla legge regionale favoriscono soltanto allevatori e cacciatori"

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Le modifiche approvate alla Legge regionale 65/1997, su animali d’affezione e prevenzione del randagismo, costituiscono una vera e propria involuzione normativa in tema di tutela della salute e del benessere animale.


Una decisione incomprensibile, perché le motivazioni avanzate a sostegno di questa revisione regressiva sono prive di fondamento. A meno che non si voglia considerare un argomento accettabile l’incapacità di effettuare un controllo sull’implementazione delle norme in vigore, come suggerito da alcuni dei consiglieri che hanno approvato la proposta. C’è anche chi ha affermato come queste modifiche non possano che essere considerate migliorative, perché “vanno incontro” ai proprietari degli animali. Una logica decisamente antropocentrica e, comunque, ingannevole. Le modifiche approvate non vanno incontro a chi gode della compagnia di un animale, ma a specifiche categorie.

In questo senso, condivido la posizione espressa dal consigliere Volpini, che si è infatti astenuto dalla votazione. Queste modifiche non tutelano gli animali, né rafforzano gli strumenti a prevenzione del randagismo, ma favoriscono allevatori e cacciatori.

In nessun modo, infatti, possono essere considerate misure per la prevenzione del randagismo la riduzione da 90 a 60 giorni del tempo minimo prima della separazione dei cuccioli dalle madri, o l’aumento della durata massima della detenzione di questi animali in gabbia. Come non può esserlo alcuna misura che comporti maltrattamenti e sofferenze per gli animali.

Raccogliendo la preoccupazione di numerosi cittadini e associazioni animaliste della nostra Regione, nei mesi scorsi ho scritto al Segretario regionale Pd Comi, al Presidente della Commissione Sanità Volpini, al Capogruppo Busilacchi e al Presidente Ceriscioli, segnalando le criticità delle modifiche proposte rispetto alle necessità etologiche degli animali da compagnia. E’ fondamentale prendere finalmente atto del fatto che questi temi non siano interessi di nicchia, ma questioni etiche che riguardano tutti, veri e propri indicatori del livello di evoluzione sociale che abbiamo raggiunto.

Da anni mi impegno, con il fondamentale contributo delle associazioni e di molti colleghi, perché la legge 281/1991 per la prevenzione del randagismo venga implementata in modo adeguato ed efficace su tutto il territorio nazionale. Se, da un lato, questa legge è considerata estremamente evoluta, dall’altro continua ad essere attuata in maniera carente e disomogenea a livello locale.

Affrontare adeguatamente il drammatico fenomeno del randagismo, che implica gravi sofferenze per gli animali, significa lavorare contemporaneamente per affrontare l’elemento culturale, che ne costituisce la principale e insopportabile causa, potenziare l’anagrafe canina, la chippatura, introdurre sterilizzazioni convenzionate per i cani randagi o vaganti. Sottolineo instancabilmente, per quei pochi che ancora continuano a pensare che il benessere degli animali sia un lusso, che sradicare finalmente questo fenomeno odioso porterebbe anche a una significativa riduzione della spesa pubblica e delle spese per gli enti locali, nel medio e nel lungo periodo, fino a permetterne l’azzeramento.

E’ inaccettabile che si sia giunti a presentare e, tanto più, ad approvare le modifiche regressive apportate nei giorni scorsi alla Legge regionale 65/1997, peraltro in netto contrasto con l’importante iniziativa avviata recentemente dal governo regionale, che aveva coinvolto le associazioni animaliste in un tavolo di confronto per promuovere l’effettività delle norme a tutela del benessere animale e per migliorarne il contenuto e l’implementazione.

 

Da Senatrice Silvana Amati – Responsabile Pd Tutela e Salute Animali

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